Consumo delle risorse del nostro pianeta

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La popolazione mondiale ha già consumato tutte le risorse, frutta e verdura, carne e pesce, acqua e legno disponibili per il 2015.

Da adesso stiamo depredando il Pianeta, e immettendo in atmosfera una CO2 che non può essere assorbita. A dirlo è il Global Footprint Network, secondo cui per soddisfare la domanda umana servirebbero 1,6 Terre.

Il centro studi internazionale mette in rapporto l’impronta ecologica dell’uomo, cioè il suo consumo, con la biocapacità, cioè le risorse naturali che il mondo ha da offrire. Col passare degli anni questo rapporto è sempre più sproporzionato, con il risultato che l’Overshoot Day ricorre sempre prima: l’anno scorso si è celebrato il 19 agosto, mentre appena 15 anni fa era agli inizi di ottobre.

E’ il 1970, invece, l’ultimo anno in cui il consumo dell’uomo è stato pari alle risorse terrestri. I costi di questo sforamento ecologico, spiegano gli esperti, stanno diventando sempre più evidenti e si concretizzano nella deforestazione, nella siccità e nella scarsità di acqua dolce, nell’erosione del suolo, nella perdita di biodiversità ed infine nell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

ECOSISTEMA ARTICO A RISCHIO

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La conferenza sullo stato di salute dei ghiacciai artici svoltasi ad Anchorage, in Alaska, si è conclusa con un accordo per salvare l’Artico dal riscaldamento globale. Al summit hanno preso parte leader politici provenienti da tutto il mondo, tra cui il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, e decine di delegazioni scientifiche.
I partecipanti alla conferenza GLACIER hanno riconosciuto l’urgenza di adottare provvedimenti urgenti per rallentare l’aumento delle temperature globali che sta provocando un rapido scioglimento dei ghiacciai artici.
Il surriscaldamento del clima è particolarmente intenso nella regione. Secondo i dati diffusi dai ricercatori, le temperature nell’Artico aumentano a tassi oltre due volte maggiori rispetto alla media di incremento registrata nel resto del Pianeta.
Le conseguenze dell’aumento delle temperature nell’Artico non sono limitate alla regione. Lo scioglimento dei ghiacciai provoca un innalzamento del livello dei mari, aumentando il fenomeno dell’erosione delle coste ed esponendo al rischio di alluvione intere comunità.
Secondo quanto appurato dagli scienziati il riscaldamento dell’Artico ha un impatto enorme sulle condizioni meteorologiche globali. A pagare un prezzo più alto per l’aumento delle temperature nella regione sono le popolazioni locali, costrette a trasferirsi a causa dell’erosione delle coste, fenomeno che sta provocando il crollo di ponti, il cedimento delle strade e altri gravi danni alle infrastrutture.
Tra gli effetti negativi del riscaldamento dell’Artico figurano anche l’incremento degli incendi, causato dal rilascio dei gas serra stoccati nel permafrost e la riduzione dei pesci e della fauna selvatica su cui si basa la sussistenza della popolazione locale.

I leader che hanno partecipato alla conferenza sui ghiacciai si sono impegnati a compiere ogni sforzo possibile alla COP21, la conferenza sul clima in programma a dicembre a Parigi. L’obiettivo dei grandi della Terra è approvare un accordo vincolante per ridurre le emissioni di gas serra, mitigando il riscaldamento globale e il suo alto impatto ambientale e sanitario.
L’esperto del CNR ha poi ricordato che l’Artico recita un ruolo cruciale nella moderazione della temperatura globale. Se non si arresta il cambiamento climatico nella regione le conseguenze saranno catastrofiche per l’intero Pianeta.

ECOSISTEMA DEL MEDITERRANEO A RISCHIO

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Il Mar Mediterraneo è un elemento unico nelle distese d’acqua che ricoprono il pianeta. È il mare più chiuso al mondo e pur occupando solo l’1% dell’estensione degli oceani in esso vi abitano il 6% delle specie marine, delle quali il 28% è endemica, cioè vive solo in queste acque. Le sue stesse caratteristiche lo rendono però anche molto sensibile ai cambiamenti. L’intenso traffico marittimo, i fiumi che riversano inquinanti e l’introduzione di specie provenienti da tutto il globo, in particolare dai mari tropicali, stanno mettendo in crisi gli equilibri di un ecosistema già colpito pesantemente dalla pesca industriale. Animali come la foca monaca e la tartaruga di mare sono ricordi di vecchi pescatori. Le praterie di Posidonia, piante marine, luogo di rifugio e nutrizione per numerose specie sono ridotte a poche aiuole. L’apertura del canale di Suez nonché il nuovo progetto per il raddoppiamento della sua larghezza, ha creato un vero e proprio corridoio ecologico per le specie del Mar Rosso. Il riscaldamento delle acque dovuto all’effetto serra ha permesso a numerose specie di adattarsi ai fondali mediterranei e a sostituire le specie endemiche presenti. Per preservare tali ricchezze in Italia vi sono 26 Aree Marine Protette (AMP), baluardi e simboli contro la banalizzazione della biodiversità, ovvero quando poche specie che si adattano a tutto, tipica degli ambienti degradati, come rischia di diventare il Mare Nostrum.

 DESERTIFICAZIONE

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La prolungata siccità degli ultimi mesi ha riportato in primo piano il problema delle aree a rischio di desertificazione della nostra penisola. Un problema messo a fuoco da studi recenti del Consiglio nazionale delle ricerche. Spiega Mauro Centritto, del CNR: «In Italia, gli ultimi rapporti mostrano che è a rischio desertificazione quasi 21% del territorio nazionale, il 41% del quale nel sud del Paese. Sono numeri impressionanti che raccontano di un problema drammatico di cui si parla troppo poco».
Nel mondo la situazione è altrettanto seria. Sempre secondo Centritto le aree siccitose (ossia sofferenti per scarsità cronica di piogge) coprono oltre il 41% della superficie terrestre, dove vivono circa 2 miliardi di persone. Il 72% delle terre aride si trova in Paesi in via di sviluppo, e la correlazione aridità-povertà è evidente.

Le cause principali della desertificazione sono da un lato i cambiamenti climatici e dall’altro la cattiva gestione delle risorse ambientali.
Scenari drammatici, in particolare considerato quanto è importante il suolo della nostra penisola per l’agricoltura: è una situazione che non lascia spazio a dubbi sull’urgenza di azioni strategiche per mitigare il cambiamento climatico e arginare i suoi effetti.
Che cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro? Ancora Centritto: «Entro la fine di questo secolo il bacino del Mediterraneo potrebbe vedere un aumento delle temperature tra 4 e 6 gradi e una significativa riduzione delle precipitazioni, soprattutto estive: l’unione di questi due fattori genererà forte aridità». Paradossalmente, mentre per mitigare i cambiamenti climatici sarebbe sufficiente cambiare in tempo la nostra politica energetica, per arrestare la desertificazione questo non sarà sufficiente, poiché il fenomeno è legato anche alla cattiva gestione del territorio.

IN AUMENTO LE MIGRAZIONI

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Nel mondo, se aumenteranno i territori inospitali aumenteranno allo stesso ritmo le ondate migratorie. «A essere maggiormente colpiti dalla siccità sono infatti i Paesi del bacino del Mediterraneo, tra i più fragili dal punto di vista ambientale e antropico», afferma ancora il ricercatore. «Molte delle persone che arrivano da noi non fuggono dalla guerra – o solo dalla guerra – ma da aree rese invivibili dalla desertificazione: sono rifugiati ambientali. Il loro numero è destinato a crescere nel prossimo futuro. Occorre un approccio sistemico al problema, capace di riportare in equilibrio ecologico i territori a rischio.»

La desertificazione rappresenta un problema peggiore rispetto a quello dell’aumento della temperatura terrestre.

Articolo di: Daniel Facci

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