terza guerra mondiale

Introduzione

Questo articolo si propone di far conoscere e portare a conoscenza di più persone possibili, cosa da circa una quindicina di anni a questa parte, le grandi potenze si stanno contendendo e per quale motivo.

Senza presunzione alcuna, e senza entrare in maniera spinosa nelle diverse tematiche, possiamo tracciare un possibile scenario per il nostro futuro, osservando i fatti recentemente accaduti, osservando nello specifico una finestra temporale di 15 anni.

La difficoltà maggiore è riuscire a collegare mentalmente i diversi aspetti che regolano la nostra società capitanata da governi che senza alcun scrupolo, in maniera sistematica, giorno dopo giorno a colpi di leggi e guerre, hanno abbassato il nostro potere decisionale individuale, abbassato la nostra sicurezza e autostima, e cosa sicuramente non meno importante i nostri diritti, come esseri viventi.

Anno 2001-2011 (Afghanistan)

La guerra in Afghanistan, iniziata il 7 ottobre 2001, ha visto l’avvio delle ostilità con l’invasione del territorio controllato dai talebani, da parte dei gruppi afghani loro ostili dell’Alleanza del Nord, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la conquista di Kabul, le truppe occidentali (statunitensi e britannici in testa) hanno aumentato la loro presenza anche a livello territoriale (Operazione Enduring Freedom).

L’amministrazione Bush ha giustificato l’invasione dell’Afghanistan, nell’ambito del discorso sulla guerra al terrorismo seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, con lo scopo di distruggere al-Qāʿida e catturare o uccidere Osama bin Laden, negando all’organizzazione terroristica la possibilità di circolare liberamente all’interno dell’Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano. A dieci anni dall’invasione, il 2 maggio 2011, data e ora del Pakistan, le forze statunitensi hanno condotto un’azione ad Abbottabad, vicino ad Islamabad, presso il rifugio del leader di al-Qāʿida Osama Bin Laden, individuato grazie ad un’operazione di intelligence condotta fin dall’agosto dell’anno precedente. Nella notte del 1º maggio 2011, secondo il fuso orario statunitense, il Presidente degli Stati Uniti d’America Obama ne ha annunciato la morte. L’azione militare è stata condotta da truppe di terra con l’ausilio di soldati e intelligence pakistani. Nell’azione sarebbero morti altri membri della sua famiglia.

A partire dall’invasione dell’Iraq (2003), la guerra dell’Afghanistan ha perso priorità tra gli obiettivi dell’amministrazione americana, riacquisendola solo a partire dal surge militare del 2009

Anno 2011-2014 (Libia)

La prima guerra civile in Libia ha avuto luogo tra il febbraio e l’ottobre del 2011 e ha visto opposte le forze lealiste di Mu’ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.

Il paese, dopo aver vissuto una prima fase di insurrezione popolare (anche nota come rivoluzione del 17 febbraio), sull’onda della cosiddetta primavera araba (e specialmente dei coevi eventi relativi: la rivoluzione tunisina del 2010-2011 e quella egiziana), ha conosciuto in poche settimane lo sbocco della rivolta in conflitto civile. La sommossa libica, in particolare, è stata innescata dal desiderio di rinnovamento politico contro il regime ultraquarantennale della “guida” della “Giamahiria” (in arabo Ǧamāhīriyya) Muʿammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris.

Dopo quasi un mese di scontro il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso, con la risoluzione 1973, di istituire una zona d’interdizione al volo sulla Libia a protezione della popolazione civile, legittimando l’intervento militare ad opera di diversi paesi avviato il 19 marzo 2011.

L’intervento militare occidentale

L’intervento è stato inaugurato dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi, attacco seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di missili da crociera tipo “Tomahawk” da navi militari statunitensi e britanniche su obiettivi strategici in tutta la Libia.

Gli attacchi, inizialmente portati avanti autonomamente dai vari paesi che intendevano far rispettare il divieto di sorvolo, sono stati unificati il 25 marzo sotto l’operazione Unified Protector a guida NATO. La coalizione, composta inizialmente da Belgio, Canada, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito e USA, si è espansa nel tempo fino a comprendere 19 stati, tutti impegnati nel blocco navale delle acque libiche o nel far rispettare la zona d’interdizione al volo. I combattimenti sul suolo libico tra il Consiglio nazionale di transizione e le forze di Gheddafi sono cessati nell’ottobre 2011 in seguito alla morte del Ra’is. Conseguentemente, la NATO ha cessato ogni operazione il 31 ottobre.

La crisi vissuta dalla Crimea

La crisi della Crimea del 2014 è stata una crisi politica scoppiata nella penisola della Crimea, la cui popolazione è per maggioranza di etnia russa, che portò alla separazione della penisola del resto dell’Ucraina in seguito ai disordini locali e all’intervento russo come reazione all’esautoramento nel febbraio 2014 del presidente Viktor Janukovyč e del governo ucraino da parte parlamento ucraino, a sua volta quale conseguenza dei fatti dell’Euromaj­dan.

Il governo locale della Crimea ha rifiutato di riconoscere il nuovo governo e il nuovo presidente ucraino, sostenendo che il cambiamento sarebbe avvenuto in violazione della costituzione ucraina vigente, mentre la legittimità del nuovo governo è stata riconosciuta dalla gran parte degli stati, eccetto la Russia ed alcuni altri. A fronte della nuova situazione politica delineatasi, il governo locale ha dichiarato la propria volontà di separarsi dall’Ucraina chiamando a referendum la popolazione di Crimea: l’esito della consultazione ha visto realizzarsi un’altissima maggioranza sull’opzione autonomista (con oltre il 97% di consenso sul totale dei votanti) ma la legittimità di tale referendum, tuttavia, è respinta dall’Unione europea e dagli Stati Uniti d’America, che la ritengono in violazione del diritto internazionale e della Costituzione dell’Ucraina, mentre il referendum è ritenuto valido dalla Russia.
Secondo il gruppo di esperti del “Centro Internazionale di Studi per la Difesa” di Tallinn, dalla rivoluzione arancione del 2004, la Russia fece pressione contro l’Ucraina associandosi a stretto contatto con l’Occidente. È stato affermato che la campagna d’informazione in Crimea è diventata particolarmente abile e sistematica, diventando particolarmente intenso durante l’offerta all’Ucraina per l’adesione alla NATO tra il 2006 ed il 2008. Ognuno dei tentativi dell’Ucraina per raggiungere l’integrazione europea portò ad una maggiore ostilità russa all’idea tramite l’uso della campagna di informazione. La Russia si oppone all’integrazione ucraina con l’Occidente per vari motivi, tra cui la paura dell’espansione della NATO ai confini occidentali della Russia, e il desiderio affermato della Russia d’includere l’Ucraina in un’Unione Eurasiatica.

Secondo Taras Kuzio, durante la presidenza Yushchenko (2005-2010), le relazioni della Russia con l’Ucraina si deteriorarono, spingendo il servizio di sicurezza russo (FSB) e quello d’intelligence militare(GRU) ad espandere il loro sostegno segreto alle forze filorusse nel sud dell’Ucraina e ai separatisti russi in Crimea. Dopo la rivoluzione arancione e la guerra Russo-georgiana del 2008, i dispacci diplomatici americani vennero trapelati al pubblico notando che l’azione militare russa contro l’Ucraina “non è più impensabile.”Nel 2008, alcuni analisti suggerirono anche che l’attacco della Russia alla Georgia era un avvertimento per l’Ucraina e la Moldavia, e il rifiuto della NATO di fermare ulteriori espansioni orientali potrebbe costringere Mosca a promuovere la secessione nelle due aree. La Russia negoziò il 21 aprile 2010 con l’allora presidente dell’Ucraina Viktor Janukovyč un accordo per la concessione prolungata di basi russe in territorio ucraino. Nel trattato, noto come accordi di Charkiv, venne concordata un’estensione di 25 anni (dal 2017 al 2042 con ulteriore opzione fino al 2047) del precedente contratto ventennale negoziato nel 1997 di affitto delle infrastrutture portuali nella città di Sebastopoli, base storica della Flotta russa del Mar Nero in cambio della riduzione per 10 anni del prezzo del gas russo all’Ucraina e di un aumento dell’affitto della base navale. Il negoziato estese la durata di un accordo già esistente e negoziato nel maggio 1997 tra l’allora presidente russo Boris El’cin e Leonid Kučma, secondo presidente dell’Ucraina indipendente, per terminare il contenzioso intorno al futuro della flotta ex sovietica del Mar Nero, ancorata a Sebastopoli e numericamente molto consistente con circa 835 navi tra quelle da guerra e quelle ausiliarie.

Sebastopoli è anche la principale base navale della marina militare ucraina, numericamente molto inferiore rispetto alla Flotta russa del Mar Nero. Altra città strategicamente importante è Kerč’, situata all’imboccatura del Mar d’Azov, porto ampio anche se non militarizzato e con un vicino aeroporto militare dismesso, Baherovo (Багерове авіабаза)[15], con pista in cemento di 3 500 m da cui possono operare anche trasporti pesanti. Per la Russia la Crimea è importantissima per il controllo del Mar Nero, nel quale altrimenti potrebbe operare solo dal porto di Novorossijsk.
Mappa della penisola di Crimea. La Repubblica autonoma di Crimea è colorata in giallo chiaro.
Distribuzione dei gruppi etnici nella penisola di Crimea secondo il censimento ucraino del 2001. L’etnia russa ne compone la maggioranza con il 58%.
La composizione etnica della repubblica autonoma di Crimea è a maggioranza russa, circa il 58%, secondo gruppo etnico è quello ucraino (24%); nella penisola è presente anche una forte minoranza tatara (12%). Inoltre, il russo è considerato la lingua madre da tre quarti dei suoi abitanti, mentre l’ucraino solo da un decimo. Secondo le stime ufficiali dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev, il 97% degli abitanti usa la lingua russa per comunicare.
Alla fine del 2013, i manifestanti dell’Euromaidan (circa 400.000 – 800.000 persone a Kiev, secondo il politico dell’opposizione della Russia Boris Nemtsov, e centinaia di migliaia in altre città ucraine e all’estero) iniziò dopo che il presidente Viktor Yanukovich aveva rinviato la firma dell’Accordo di associazione tra Ucraina ed Unione europea sotto forte pressione economica della Russia, anche se in precedenza aveva considerato questo accordo uno dei suoi obiettivi fondamentali e lo aveva dichiarato in più occasioni. Invece, Yanukovich raggiunse un accordo con Putin che significò, tra l’altro, che la Russia avrebbe comprato 15 miliardi di dollari di obbligazioni ucraine, e scontato i prezzi del gas in Ucraina di un terzo. I leader dell’opposizione erano sospettosi del vero prezzo per l’Ucraina per il sostegno russo. La maggior parte dei manifestanti teneva valori pro-europei liberali (Batkivshchyna, Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma, e altre forze). Molto meno popolari, ma ancora influenti, vennero rappresentati anche partiti e movimenti nazionalisti che, in una certa misura, sostennero l’idea di integrazione europea.

Dopo la dispersione violenta dei manifestanti il 30 novembre e l’adozione di leggi anti-protesta, le proteste presero una direzione anti-governativa e anti-corruzione, intensificandosi nei primi mesi del 2014 e alla fine portarono alla morte di due manifestanti e poliziotti il 22 gennaio e tra il 18 febbraio e il 20, 103 persone vennero uccise e 1.419 ferite. Secondo la maggior parte dei rapporti in Ucraina, la violenza venne usata per lo più dalla polizia. Numerosi cecchini uccisero decine di manifestanti. L’identità dei cecchini è ancora in discussione. Secondo l’indagine ufficiale, dell’opposizione filoeuropea e della maggior parte degli ucraini e dei media occidentali, vennero assunti da Yanukovich e dalla sua cerchia e/o dei servizi segreti russi, che avevano anche programmato una grande operazione militare per “mondare” i manifestanti. Il 20 febbraio, in qualità di ministro degli Interni, Vitaliy Zakharchenko annunciò in un discorso video alla nazione che armi da combattimento erano state fornite alla polizia e annunciò l’inizio di un’operazione per disperdere i manifestanti. Radio Liberty pubblicò riprese video delle forze speciali della polizia che sparavano sui manifestanti con Kalashnikov e fucili da cecchino. Diversi politici pro-Yanukovich chiesero apertamente la “pulizia” dei manifestanti. Nonostante questi fatti, Yanukovich negò il coinvolgimento del suo regime nel massacro. Apparvero alcune accuse che i cecchini fossero stati assunti dai rivoluzionari. Il 21 febbraio, il presidente Yanukovich e il leader dell’opposizione firmarono un accordo di compromesso che venne mediato dai Ministri degli Esteri di Francia, Polonia e Germania, ma quando divenne chiaro come Yanukovych avesse lasciato la capitale, la Verkhovna Rada deliberò di ritirare la polizia e l’esercito da Kiev, e i manifestanti presero il controllo della città senza incontrare resistenza. Secondo l’accordo, la Verkhovna Rada venne costretta ad adottare un disegno di legge sulla riforma costituzionale e Yanukovich venne costretto a firmare entro 48 ore. Il disegno di legge venne adottato, ma Yanukovich non lo firmò.

Il 22 febbraio, Yanukovich fuggì da Kiev. L’evidenza mostra che Yanukovich aveva cominciato a preparare il suo congedo, il 19 febbraio, con la rimozione di beni e oggetti di valore. Le guardie della residenza di Yanukovich aprirono ai manifestanti, che trovarono ampia evidenza della corruzione senza precedenti di Yanukovich. La Rada mise sotto accusa Yanukovich, ma non secondo la procedura costituzionale. L’azione non seguì il processo di accusa come specificato dalla Costituzione dell’Ucraina (che avrebbe comportato formalmente l’accusa del presidente di un crimine, una revisione della carica dalla Corte Costituzionale dell’Ucraina, ed a maggioranza di tre quarti – cioè almeno 338 voti favorevoli – dalla Rada); invece, la Verkhovna Rada dichiarò che Yanukovich “si è ritirato dalle sue funzioni in maniera incostituzionale” e citò “circostanze di estrema urgenza”, come ragione delle elezioni anticipate. La votazione venne sostenuta da tutti i presenti nel parlamento ucraino, 328: 0 (dei 447 deputati). La Rada fissò il 25 maggio per le nuove elezioni presidenziali. Secondo i leader dell’opposizione, non avevano altra scelta, perché, come visto, Yanukovich era stato coinvolto in un omicidio di massa e in corruzione su vasta scala, aveva usurpato il potere, compreso il sistema giudiziario, e ignorato e violato la Costituzione e altre leggi molte volte. I membri dell’opposizione nominò Oleksandr Turcynov come nuovo presidente del Parlamento e anche come presidente ad interim. Un nuovo Consiglio dei Ministri, noto come governo Yatsenyuk, venne eletto dal Parlamento il 27 febbraio. La Russia rifiutò di riconoscere le nuove autorità di Kiev, dicendo che erano venuti al potere con un’insurrezione armata da parte delle forze politiche di estrema destra e metodi incostituzionali. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea riconobbero subito il governo di Kiev.

Alcuni residenti delle parti meridionali ed orientali del paese, che erano prevalentemente di lingua russa e in precedenza costituivano la base di sostegno del presidente Yanukovich, si sentivano senza diritti per questi sviluppi e protestarono contro il governo di Kiev.

Il Parlamento di Crimea chiese una sessione straordinaria il 21 febbraio. Il leader dei Tartari di Crimea Refat Chubarov dichiarò che sospettava che la sessione avrebbe potuto chiedere l’intervento militare russo.

Il 21 febbraio, il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) rilasciò una dichiarazione che promise che “userà misure severe per evitare qualsiasi azione intrapresa contro diminuendo l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”. Viene anche ha osservato che “certi politici, funzionari governativi locali, dirigenti di organizzazioni della società civile, e individui radicalmente inclinati hanno tentato di creare motivi per l’escalation del conflitto civile, e si sono diffusi atteggiamenti autonomi e separatisti tra la gente, che potrebbe portare alla scomparsa del nostro paese come nazione unita e la perdita della sua sovranità nazionale”. Inoltre, la dichiarazione disse che alcuni legislatori di tutti i livelli avevano avviato negoziati separatisti con i rappresentanti delle nazioni straniere. “Le consultazioni aperte sono in corso sulla possibile divisione del paese in parti separate in violazione della Costituzione ucraina”, si legge sulla dichiarazione. “Questo potrebbe portare ad una escalation del conflitto tra i diversi settori della società, che incitano all’odio etnico o religioso e al conflitto militare. ” Lo stesso giorno, il filorusso Partito delle Regioni che teneva 80 dei 100 seggi del Parlamento di Crimea, non discuteva le questioni relative alla separazione della Crimea dall’Ucraina e sembrava sostenere l’accordo raggiunto tra il presidente Yanukovich e l’opposizione per porre fine alla crisi firmato lo stesso giorno.

Il 23 febbraio 2014, il secondo giorno dopo la fuga di Viktor Yanukovich, durante la sessione del parlamento ucraino un deputato del partito “Batkivshchina”, Vyacheslav Kyrylenko, chiedeva d’inserire nell’ordine del giorno un progetto che avrebbe abrogato la legge del 2012 “Sui principi della politica linguistica di stato”. Condotta la mozione con 232 deputati votanti a favore, il progetto venne inserito nell’ordine del giorno, subito messo ai voti senza discussione e approvato con gli stessi 232 voti a favore, rendendo solo l’ucraino lingua di Stato a tutti i livelli. L’abrogazione della legge del 2012 “Sui principi della politica linguistica di stato” venne accolta con grande disprezzo in Crimea, popolata da una maggioranza di lingua russa e in Ucraina orientale e meridionale, provocando ondate di proteste anti-governative, culminati alla fine nella crisi di Crimea. The Christian Science Monitor riferì: “L’adozione di questo disegno di legge serve solo a far infuriare le regioni di lingua russa, che vedono la mossa come un’ulteriore prova che le proteste antigovernative a Kiev che hanno rovesciato il governo di Yanukovich erano intenti a premere per un ordine del giorno nazionalista. “

Pochi giorni dopo, il 1º marzo 2014, il Presidente in carica dell’Ucraina, Oleksandr Turcynov, pose il veto al disegno di legge arrestandone efficacemente l’attuazione.

Il Gruppo di protezione dei diritti umani di Kharkiv e l’Unione ucraina per i diritti umani di Helsinki hanno entrambi negato ogni violazione dei diritti umani contro abitanti di lingua russa in Ucraina che giustifichino le azioni della Russia.

L’oro nero e le strategie messe in atto per i prossimi anni

Greggio in caduta libera di pari passo con il rublo.
In Italia, il costo della benzina è calato meno del dovuto, ma l’Europa, come tutti i Paesi industrializzati grandi importatori di idrocarburi, è comunque tra i beneficiari del crollo del prezzo del petrolio.
Come gli Stati Uniti e in misura ancora maggiore, potenze emergenti del calibro di Turchia e India a caccia di forniture accessibili, il Vecchio Continente impoverito dalla crisi ha un bisogno disperato di abbassare il costo della vita e del lavoro.
A braccetto con la ripresa dell’economia americana (+5% di Prodotto interno lordo a fine 2014), i barili di petrolio ai minimi storici (-53% dal 1 gennaio 2014) danno ai consumatori e alle industrie lo slancio indispensabile per ricominciare a far girare soldi e macchinari, compagnie aeree incluse.
Tra le cause principali dei listini al ribasso del greggio c’è la grave congiuntura internazionale che, dal 2008, ha fermato le aziende e ridotto la domanda di commodity, portando la stagnante economia europea verso la deflazione. Altra spinta decisiva è la marcia degli Usa verso l’affrancamento dalle importazioni di gas e petrolio, estratti sempre più in casa attraverso la tecnica di fratturazione idraulica (fracking). A dispetto delle guerre fallite in Libia e Iraq (anche) per il greggio, l’oro nero è sempre più a buon mercato.
Ma per un popolo che festeggia, ce n’è un altro che piange per i mancati introiti. Il mercato del petrolio muove, oltre che l’economia globale, gli equilibri geopolitici. E se gli Stati Uniti brindano alla benzina low cost, per la Russia (ma non solo) sono dolori.

L’anno del balzo degli Usa a primi produttori mondiali di petrolio è stato anche quello dell’emancipazione ucraina da Mosca e delle sanzioni contro il Cremlino. Con il ritorno della vecchia Cortina di ferro, il rublo è in caduta libera e, parallelamente, Gazprom ha visto franare i suoi ricavi ottenuti da gas e petrolio: circa il 70% degli introiti russi dall’export.

Russia in recessione

In pochi mesi, il greggio è sprofondato da 110 a meno di 50 dollari al barile. Per ogni dollaro in meno, Mosca ne perde 2 miliardi. E per il 2015, il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede un calo dell’economia russa di almeno 0,7%.
Pronto alla «recessione», il Cremlino:  l’unico modo per tagliare i costi è ridurre la produzione, ma Mosca – come d’altra parte i grandi produttori arabi – non vuole in alcun modo perdere clienti.

Di riflesso, l’oro nero scontato espone alla crisi anche gli altri grandi produttori dell’asse dei non allineati, come Venezuela e Iran.
Finora il boom in Usa dello shale gas (metano e petrolio da scisti) casalingo non ha tagliato le forniture di Washington da Caracas, ma il traballante governo di Nicolas Maduro trema di fronte a una crisi petrolifera.
L’economia nazionale dipende per oltre il 50% dall’export di petrolio e, con l’inflazione al 60%, il Venezuela non può permettersi di ridurre i sussidi, men che meno di alzare il costo di gas e benzina.

Nel 1989, non si dimentichi, il rincaro dei prezzi causò rivolte con centinaia di morti e ancora più fresche sono le proteste e le vittime del 2014.
Si consideri poi che Caracas vende petrolio a basso costo agli Stati caraibici. Come per la Cuba in ansia per la crisi venezuelana, il nuovo regime petrolifero potrebbe costringere anche l’Iran sotto embargo a maggiori compromessi con gli Usa, per esempio per l’accordo sul nucleare.
Se la Russia ha riserve per 454 miliardi di dollari con cui tamponare il deficit, Venezuela, l’Iran e anche la Nigeria petrolio-dipendente sono ben più deboli. Al colpo reggono benissimo, al contrario, Arabia Saudita, Emirati arabi e Kuwait che negli anni, grazie al filo diretto con gli Usa, hanno accumulato miliardi di riserve in petrodollari. Raid ne ha almeno 700 e, per quanto, in prospettiva, abbia bisogno di un cambio di 85 dollari a barile, in tempi di magra è pronta a diversificare gli investimenti.
Accusati di aver siglato un patto con gli Usa, i sauditi restano primi esportatori e primi per riserve disponibili (circa 71 miliardi di barili), le più facilmente estraibili al mondo.

A breve termine, il petrolio low cost è destinato a riportare gli Usa nel ruolo di condottieri del mondo. Dal 2008, grazie alla rivoluzione del fracking, il petrolchimico statunitense è passato da 5 milioni a 9 milioni di barili di greggio al giorno, in un testa a testa con i sauditi.
Ancora per qualche anno, gli americani non hanno né i mezzi né le strutture per l’export degli idrocarburi, vietato dal 1973. Ma intanto possono ridurre le forniture dall’Iraq e dalle monarchie del Golfo.
Queste ultime, però, possono vendere più a buon mercato ai miliardi di abitanti di India e Cina, a Paesi emergenti come Turchia e Filippine, e ad acquirenti in crisi come il Giappone e l’Europa.
Gli Usa mettono in crisi anche i contrabbandieri di greggio dell’Isis, in Siria e in Iraq. Ma guai a cantare troppo presto vittoria: nel 2015 un americano spende un terzo di due anni fa in benzina. Ma, a lungo andare, la fratturazione del suolo è una tecnica che diventa costosa. Per resistere, anche gli Usa devono guadagnare di più dal petrolio.

La mossa decisiva della Russia con il supporto della Cina

La mossa decisiva da parte della Russia sembrerebbe inevitabile, il governo americano sta aumentando troppo, il proprio controllo e potere a livello globale, negli anni e nelle diverse presidenze, l’America ha sempre rincarato la dose, spingendosi ai propri limiti, nel controllo dell’oro nero, nel controllo dell’economia globale. D’altro canto, La Russia non può subire una tale sconfitta nel mercato e paesi come la Cina, in forte crescita economica sperano di poter entrare di fatto al primo posto come superpotenza mondiale.

Nei vari scenari di guerra, sembra plausibile che Russia e Cina, trovino un accordo per cercare di attaccare il governo americano, annientare il loro potere politico economico, ristabilire l’ordine economico.

Qui in basso vi proponiamo una tabella nella quale sono presenti i paesi che negli ultimi anni, hanno visto aumentare il proprio arsenale nucleare, ma in vista di quale tipo di evento?

tabella_arsenale_nucleare

11 Maggio 2015 operazione militare, dieci navi russe e cinesi nel Mar Mediterraneo

Dieci navi russe e cinesi hanno iniziato un’esercitazione militare che le terrà impegnate fino al 21 maggio. Poi si sposteranno nel mar del Giappone per un’operazione simile in agosto.

Nulla di strano, “le esercitazioni non sono rivolte contro parti terze e non sono connesse con la situazione politica della regione”, ha tenuto a precisare il vice ministro della difesa russo Anatoli Antonov. Quello che colpisce, però, è che a solcare il mar Mediterraneo siano contemporaneamente le flotte battenti le bandiere di Russia e Cina. Un nuovo passo in avanti di un accordo bilaterale dagli ingombranti risvolti politici.

Proviamo a fare ordine. Solo due giorni fa il capo del Cremlino ha festeggiato di fronte ad una parata imponete la vittoria della Russia sulla Germania nazista. L’ha fatto invitando circa 68 tra capi di stato e delegazioni, ma all’appello se ne sono presentati solo la metà. Mancavano gli Stati Uniti e, soprattutto, non si è fatta vedere l’Europa. Solo i ministri Paolo Gentiloni e Laurent Fabius, in disparte, hanno posato una corona di fiori alla tomba del milite ignoto. Poi se ne sono andati. Lasciando isolato Putin e scavando il solco che lo divide ormai dai paesi europei.

Angela Merkel, invece, è andata a Mosca il giorno successivo per avere un incontro frontale con il leader russo, ed un motivo c’è. La Germania ha spinto per applicare le sanzioni, ma ora se ne sta pentendo. L’export tedesco ha subito un duro colpo, un calo che nel 2014 registrava -2,3 miliardi di euro. Non è un caso, infatti, che a Minsk per chiudere la tregua nel Donbass ci fosse proprio Frau Merkel a gestire la partita tra Putin e Poroshenko.

Parte del problema, è ovvio, è la questione Ucraina. Tuttavia, la questione centrale è energetica e politica: la rivoluzione dello Shale Gas americano, l’abbassamento del prezzo del petrolio e l’inconsistenza della politica estera europea hanno incrinato le relazioni costruite con anni di trattative. Berlusconi, nella sua lettera al Corriere della Sera, ha considerato la scelta di disertare la parata come la “dimostrazione della miopia dell’Occidente”. Una miopia, scrive il Cav, che “costringerà Putin a scegliere l’Asia e non l’Europa”.

È quello che nei fatti sta accadendo: l’esercitazione nel Mar Mediterraneo ne è la controprova, dimostrazione di una relazione bilaterale che si sta ramificando in più settori, da quello economico a quello militare. A margine della manifestazione, Putin e Xi Jinping hanno firmato un nuovo accordo energetico d’importanza storica. Un’intesa che prevede la costruzione del gasdotto “Altai” che collegherà i giacimenti siberiani alla Cina, soddisfacendo le esigenze energetiche del colosso asiatico e dando un sospiro di sollievo all’economia russa. Il Ceo di Gazprom, Alexei Miller, e il vicepresidente di China National Petroleum Corporation (Cnpc), Wang Donjin, hanno apposto la firma su un documento che attesta il passaggio di circa 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno per trenta anni. Una cifra cui vanno aggiunti i 38 miliardi di metri cubi annui che Pechino riceverà dalla rotta orientale e che rientrano nell’altro storico accordo firmato poco più di un anno fa durante il vertice Apec. Gas ottenuto al prezzo stracciato di 350/360 dollari al metro cubo, molti meno dei 380,5 che paga l’Europa. Inoltre Putin al vertice Apec disse anche che “l’interscambio con la Cina è pari a 88,8 miliardi di dollari (+1,6%) e crescerà tanto da far immaginare un superamento del 2015 dei 100 miliardi e dei 200 nel 2020”. Forse ancora lontano dai livelli di scambio con l’Europa (nel 2014 erano stimati a 370 miliardi) che però sono in netto calo.

Crisi ucraina, questioni energetiche ed ora anche l’esercitazione militare congiunta tra Russia e Cina. Le relazioni europee con l’Est non sono mai state così difficili e la Russia non è rimasta a guardare. Si è guardata attorno ed ha iniziato un percorso che l’ha avvicinata all’Asia, allontanandola dal Vecchio Continente. La colpa è soprattutto dell’Europa che ha isolato Putin e l’ha costretto a guardare altrove. Un suicidio (geo)politico.

Ci fu chi predisse tutto questo (Jhon Titor l’uomo venuto dal futuro)

La storia di John Titor è oramai famosa a molti: egli è noto come l’uomo venuto dal futuro, che si è fatto conoscere tramite l’utilizzo di alcuni forum di informazione su Internet con il nickname: “TimeTravel_0″.

Il suo primo post è stato pubblicato sul Forum il Time Trivel Institute, in data 2 novembre 2000, nel quale lui stesso racconta la sua storia e si fa conoscere a tutto il mondo come l’uomo venuto dal futuro, scrivendo:

“Mi chiamo John Titor e sono un soldato che lavora per un progetto governativo. Sono stato inviato da mio nonno, ex ingegnere dell’IBM a Rochester, nel 1975, per recuperare un vecchio computer trasportabile IBM 5100 che contiene funzioni non documentate che ci permetteranno di evitare un collasso dei sistemi UNIX previsto nel 2038. Dopo aver recuperato il computer sto facendo sosta nell’anno 2000 per far visita alla mia famiglia e per vedere gli effetti disastrosi del Millennium Bug del 2000.”

Da questo racconto e dalla propagazione della notizia migliaia di utenti iniziano ad accedere ad Internet per inviare le proprie domande all’uomo venuto dal futuro, il quale afferma sin da subito di voler rispondere a quante più domande possibili prima della sua ripartenza.

Conclusioni

Non pretendo assolutamente di poter comprendere i meccanismi che coinvolgono la politica di un intero stato, di quella europea e tantomeno di quella globale, ma una cosa è chiara ormai. Non possiamo tornare indietro, non possiamo fare finta che non vi siano i presupposti per scatenare un terzo conflitto mondiale. I dettagli e le perversioni con cui i grandi strateghi, si spartiranno il profitto, non mi interessano. Spero solo di essere abbastanza forte da sopportare un tale evento. La cosa che forse mi spaventa maggiormente è che, molte persone sembrano non accorgersi di cosa sta avvenendo nel mondo, in un certo senso la terza guerra mondiale è già iniziata.

Articolo di: Daniel Facci